venerdì 14 dicembre 2012

brava bambina




Non riesco a togliere dalla mente la sensazione della tua mano che mi scivola sotto la gonna per carezzarmi. Una stretta tra le gambe ogni volta che indosso questo vestito. Ti sento ancora stringermi da dietro. Il tuo alito caldo sul mio collo. Il tuo sussurro

..brava la mia bambina..sei già bagnata

Ed intorno era ancora l'ora per un aperitivo, e il locale era ancora pieno di gente, e nessuno si era accorto di niente, ed io avrei voluto inginocchiarmi di fronte a te per mostrarti quanto può essere brava, la tua bambina.  
Invece mi sono girata verso di te e ti ho sorriso. Tu mi hai carezzato le labbra con un dito. La tua pelle umida di me. E mi hai baciata, discretamente, leccandomi le labbra.

Tu sai quello che mi piace. Hai leccato le mie fantasie dalle pieghe più nascoste del mio corpo. Tu sai come eccitarmi. Io so cosa piace a te. Come farti gemere o come farmi desiderare. 
Abbiamo preso della frutta con gli aperitivi. Ne abbiamo mangiata. Leccata. Succhiata. Dopo averla passata tra le mie gambe. Chiacchere inutili e sussurri perversi a coprire il vociare intorno. 

E come ti piaceva spingere di più tra le mie gambe quel frutto mentre ordinavo un altro giro. O dell'altra frutta. Mentre ti pregavo di portarmi via. Di sbattermi su un tavolo. Di scoparmi.
E quanto ti è piaciuto vedere l'eccitazione nel viso del cameriere, quando ha intuito quello che mi stavi facendo. Mi scoprivi un po' le gambe e le carezzavi in modo provocante ogni volta che si avvicinava a noi e mi raccontavi fantasie su di lui e su di me. Sei perverso. Non posso fare a meno di te.  






1 commento:

  1. Ho comprato quelle calze per te, una volta.
    Tu ancora non sapevi perchè, le hai indossate con pudore, avevi pure le mutandine nere, quella sera. Un perizoma sottilissimo, ma ti copriva almeno il buco del culo, le labbra della fica invece continuavano a uscirti dai bordi, di lato - me ne sono accorto toccandoti sotto la gonna, mentre guidavi, mentre eravamo seduti accanto, nel cinema, di sfuggita mentre eri in piedi davanti a me, al bancone di un bar, e mi ordinavi una birra rossa come, ho pensato, la tua fica.
    Indosserai quelle calze quando desidero incularti, ti dissi mentre ti spogliavi. Ti insegnai a non usare più le mutandine, indossandole: hai bisogno di allargare bene le gambe, quando ti inculo, e con le mutandine non riesci.
    Sono ormai alcune volte che lo faccio, e guardandoti ho la sensazione che il tuo culo abbia registrato i segni del mio passaggio, come un diario, una scultura che emerge colpo dopo colpo.
    Il tuo buco del culo ora cede, ti ho detto l’ultima volta, mentre ti tenevi le natiche aperte, con le mani, e finalmente mostravi oscenamente il buio che hai dentro, oltre le rugosità delicate del tuo fiorellino sverginato.
    Finalmente si vede, che ti ho inculato io, ti ho detto, e intanto il cazzo scivolava dentro ancora una volta, e una mano stringendoti il fianco ti liberava dalle ultime resistenze.
    Sei tela bianca, dentro il buco del culo, e devo dipingerti col mio cazzo, ti ho detto.
    Sentilo, senti come la punta ti tocca, ti colora tutta, dentro, nel fondo del tuo intestino, in posti di te che non vedi, non conosci.
    Affondo, intingo nel colore e poi affondo ancora il mio cazzo. Incido, tratteggio, contemplo.
    Strappo il tuo culo alla natura, lo restituisco all’arte del mio fare.
    E infine, col mio sperma, ti firmo.

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